Il turno del mattino

Alle sei e quarantacinque il supermercato è ancora mezzo addormentato. Le luci al neon si accendono a zone, una corsia alla volta, come se anche loro avessero bisogno di qualche secondo per capire che la giornata è iniziata davvero.
Marco entra dal retro, timbra il cartellino e infila il giubbotto nell’armadietto. Scaffalista, reparto alimentari. Turno del mattino. Quello che pochi vedono, ma che rende possibile tutto il resto.
Ha trentasette anni, una figlia di sei che si chiama Elisa e una compagna, Anna, che lavora in una pasticceria dall’altra parte della città. La sera prima si sono incrociati appena: lei rientrava quando lui stava già preparando la sveglia. Si sono lasciati un bacio sul tavolo della cucina, vicino al biglietto con scritto “Ricordati il latte”.
Marco il latte non se lo dimentica mai. È il resto che a volte gli sfugge.
Indossa i guanti, prende il transpallet e comincia. Scatoloni, bancali, etichette da controllare. Pasta, conserve, bottiglie d’acqua. Il corpo va in automatico, ma la testa no. La testa pensa a Elisa che quella mattina ha la recita a scuola, pensa che forse riuscirà a uscire in tempo per arrivare almeno all’ultima canzone.
Il reparto bevande è sempre il più impegnativo. Pesi, volumi, equilibrio. Marco lo sa bene. Ha fatto il corso sulla sicurezza qualche mese prima: movimentazione manuale dei carichi, postura corretta, attenzione alle altezze. All’inizio aveva pensato fosse “la solita perdita di tempo”. Poi aveva cambiato idea.
Alcune storie raccontate dal docente gli erano rimaste addosso.
È proprio mentre sistema le casse d’acqua sullo scaffale alto che succede. Una di quelle giornate in cui basta un niente. Una distrazione, un piede leggermente fuori asse. La cassa scivola. Non cade subito: resta sospesa per un secondo che sembra infinito.
Marco sente il cuore salire in gola.
Un colpo così, pensa, può farti davvero male.
Ma poi succede l’altra cosa. Quella giusta.
Ricorda. Ricorda quello che gli avevano detto: non tentare di afferrare carichi instabili sopra la testa. Si sposta di lato, lascia andare la cassa, avvisa il collega con un grido secco. La plastica si spacca sul pavimento, le bottiglie rotolano ovunque, ma nessuno si fa male.
Silenzio. Poi un sospiro collettivo.
Il capo reparto arriva di corsa. Chiede se va tutto bene. Marco annuisce. Ha le mani che tremano appena, ma sta bene. Benissimo, in realtà.
Poteva andare diversamente. Molto diversamente.
Durante la pausa caffè, seduto su una cassetta rovesciata nel retro, Marco manda un messaggio ad Anna:
“Tutto ok. Oggi ho rischiato, ma sono stato attento. A stasera.”
Lei risponde con un cuore e una foto di Elisa che sorride con il grembiule della scuola.
Il turno finisce senza altri intoppi. Gli scaffali sono pieni, ordinati. I clienti entreranno tra poco, ignari di tutto.
Marco timbra l’uscita con una sensazione strana addosso: non paura, ma gratitudine.
Capisce che la sicurezza non è una parola scritta su un cartello. È una scelta che fai in pochi secondi. È tornare a casa intero. È poter abbracciare tua figlia dopo la recita, anche se arrivi giusto in tempo per l’ultimo applauso.
Quella sera, mentre spegne la luce della cameretta di Elisa, Marco pensa che domani sarà un altro turno uguale a tanti.
Ma con una certezza in più: lavorare bene è importante.
Tornare a casa lo è ancora di più.
E quella cassa caduta, alla fine, non ha rotto nulla che contasse davvero.

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