Corso per addetti antincendio – Livello 3 (ex Rischio Alto) | Napoli – Campania

Quando il fuoco divampa, ogni secondo conta. Essere preparati a gestire un’emergenza può fare la differenza tra il pericolo e la salvezza. Ecco perché la formazione per Addetti Antincendio Livello 3 è più di un obbligo: è una responsabilità verso sé stessi, i colleghi e l’intera azienda.

A chi è rivolto?
A tutti i lavoratori esposti a un rischio elevato di incendio o esplosione, che devono essere pronti ad agire con rapidità ed efficacia.
Il corso si terrà presso Workin’626 in data 8 e 9 giugno 2026, in orario 9.00-18.00
Durata: 16 ore
Normativa di riferimento: D.M. 02/09/2021
Cosa imparerai?
• Prevenzione incendi e gestione delle emergenze
• Procedure di evacuazione in caso di pericolo grave e immediato
• Prova pratica con attrezzature di protezione individuale (APVR, tute anticalore, visiere, autorespiratori) e strumenti per lo spegnimento (estintori, idranti, ecc.)

Attestato di idoneità tecnica al superamento della prova
Esame finale di abilitazione presso il Comando dei Vigili del Fuoco di Napoli, in orario 14.00-18.00

Aggiornamento obbligatorio ogni 5 anni
Corso + Esame, costo euro 350,00 + iva.
Sono compresi tutti gli oneri amministrativi per gli esami attrezzature e DPI occorrenti per gli esami.
Info e iscrizioni: telefono 081 5861680, info@workin626.it

Essere formati significa essere pronti. Non lasciare nulla al caso: la sicurezza inizia con te!

Il pavimento che brilla

Quando Rosa entra nell’ufficio è ancora buio.
Sono le cinque e quaranta del mattino e la città, fuori, dorme con la stessa ostinazione con cui lei si alza ogni giorno. Le chiavi tintinnano piano, per non fare rumore, come se anche il metallo sapesse che quello è un momento fragile.

Rosa ha quarantasei anni, due figli ormai grandi e una schiena che le ricorda spesso da quanto tempo fa questo lavoro. Impresa di pulizie, appalto pubblico. Stessi corridoi, stessi bagni, stesse scale da anni. Eppure, ogni mattina, niente è davvero uguale. Indossa i guanti, sistema il carrello: detergenti, mop, secchi, cartelli gialli “Pavimento bagnato”. Li controlla uno a uno. Non per mania, ma per abitudine. Una di quelle abitudini che ti tengono intera.

Mentre passa lo straccio sul pavimento lucido dell’ingresso, pensa a sua madre, che le diceva sempre: “Rosa, il lavoro non nobilita, ma protegge. Se lo fai con attenzione.”
All’epoca non aveva capito fino in fondo cosa intendesse.

Le pulizie sono un lavoro invisibile. Tutti si accorgono quando qualcosa è sporco, quasi nessuno quando è pulito. Eppure Rosa sa che da quel pavimento dipende molto più di quanto sembri. Una scivolata, una distrazione, una caduta. Basta poco. È proprio mentre pulisce le scale del secondo piano che succede.
Una goccia d’acqua resta dove non dovrebbe. Una di quelle che non vedi subito. Rosa se ne accorge all’ultimo, quando il piede scivola appena. Un attimo. Il cuore accelera. Il corpo cerca l’equilibrio come può.

Si aggrappa al corrimano. Resta ferma, immobile, con il respiro corto. Niente di rotto. Niente di grave. Ma il pensiero sì, quello arriva tutto insieme.
Poteva andare male.

Rosa si siede sul gradino, appoggia il secchio e chiude gli occhi per qualche secondo. Le tornano in mente le parole sentite al corso sulla sicurezza: “Non abbiate fretta. Segnalate sempre. Fermarsi è parte del lavoro.” Allora si alza, asciuga meglio, sistema il cartello giallo proprio lì, dove serve davvero.

Quando più tardi passano i primi impiegati, nessuno nota nulla. Nessuno scivola. Nessuno si fa male.
Ed è così che deve andare.

Durante la pausa, Rosa guarda il telefono. Un messaggio di suo figlio: “Mamma, stasera torno tardi. Non aspettarmi per cena.”
Lei sorride. Gli risponde con un cuore. Sta bene così. Sta bene sapere che lui è grande, che lei può tornare a casa con calma, con le gambe stanche ma la testa leggera.

Finisce il turno che il sole è già alto. I pavimenti brillano. I bagni profumano di pulito. Rosa ripone i guanti, lava le mani con attenzione, come se fosse un piccolo rito di chiusura. Esce dall’edificio senza farsi notare. Come sempre. Ma oggi, più del solito, sa una cosa: il suo lavoro non è “solo pulire”. È prendersi cura di spazi che altri attraverseranno senza pensieri. È prevenire ciò che non deve accadere. È tornare a casa sulle proprie gambe.

E mentre cammina verso la fermata dell’autobus, con il sole che finalmente le scalda il viso, Rosa pensa che sì —
anche questa, alla fine, è stata una giornata di lavoro straordinariamente normale.

Il turno del mattino

Alle sei e quarantacinque il supermercato è ancora mezzo addormentato. Le luci al neon si accendono a zone, una corsia alla volta, come se anche loro avessero bisogno di qualche secondo per capire che la giornata è iniziata davvero.
Marco entra dal retro, timbra il cartellino e infila il giubbotto nell’armadietto. Scaffalista, reparto alimentari. Turno del mattino. Quello che pochi vedono, ma che rende possibile tutto il resto.
Ha trentasette anni, una figlia di sei che si chiama Elisa e una compagna, Anna, che lavora in una pasticceria dall’altra parte della città. La sera prima si sono incrociati appena: lei rientrava quando lui stava già preparando la sveglia. Si sono lasciati un bacio sul tavolo della cucina, vicino al biglietto con scritto “Ricordati il latte”.
Marco il latte non se lo dimentica mai. È il resto che a volte gli sfugge.
Indossa i guanti, prende il transpallet e comincia. Scatoloni, bancali, etichette da controllare. Pasta, conserve, bottiglie d’acqua. Il corpo va in automatico, ma la testa no. La testa pensa a Elisa che quella mattina ha la recita a scuola, pensa che forse riuscirà a uscire in tempo per arrivare almeno all’ultima canzone.
Il reparto bevande è sempre il più impegnativo. Pesi, volumi, equilibrio. Marco lo sa bene. Ha fatto il corso sulla sicurezza qualche mese prima: movimentazione manuale dei carichi, postura corretta, attenzione alle altezze. All’inizio aveva pensato fosse “la solita perdita di tempo”. Poi aveva cambiato idea.
Alcune storie raccontate dal docente gli erano rimaste addosso.
È proprio mentre sistema le casse d’acqua sullo scaffale alto che succede. Una di quelle giornate in cui basta un niente. Una distrazione, un piede leggermente fuori asse. La cassa scivola. Non cade subito: resta sospesa per un secondo che sembra infinito.
Marco sente il cuore salire in gola.
Un colpo così, pensa, può farti davvero male.
Ma poi succede l’altra cosa. Quella giusta.
Ricorda. Ricorda quello che gli avevano detto: non tentare di afferrare carichi instabili sopra la testa. Si sposta di lato, lascia andare la cassa, avvisa il collega con un grido secco. La plastica si spacca sul pavimento, le bottiglie rotolano ovunque, ma nessuno si fa male.
Silenzio. Poi un sospiro collettivo.
Il capo reparto arriva di corsa. Chiede se va tutto bene. Marco annuisce. Ha le mani che tremano appena, ma sta bene. Benissimo, in realtà.
Poteva andare diversamente. Molto diversamente.
Durante la pausa caffè, seduto su una cassetta rovesciata nel retro, Marco manda un messaggio ad Anna:
“Tutto ok. Oggi ho rischiato, ma sono stato attento. A stasera.”
Lei risponde con un cuore e una foto di Elisa che sorride con il grembiule della scuola.
Il turno finisce senza altri intoppi. Gli scaffali sono pieni, ordinati. I clienti entreranno tra poco, ignari di tutto.
Marco timbra l’uscita con una sensazione strana addosso: non paura, ma gratitudine.
Capisce che la sicurezza non è una parola scritta su un cartello. È una scelta che fai in pochi secondi. È tornare a casa intero. È poter abbracciare tua figlia dopo la recita, anche se arrivi giusto in tempo per l’ultimo applauso.
Quella sera, mentre spegne la luce della cameretta di Elisa, Marco pensa che domani sarà un altro turno uguale a tanti.
Ma con una certezza in più: lavorare bene è importante.
Tornare a casa lo è ancora di più.
E quella cassa caduta, alla fine, non ha rotto nulla che contasse davvero.

Il “ragazzo” del bar

Quante volte abbiamo “chiamato” il bar sotto l’ufficio per farci consegnare un caffè, una brioche, una spremuta d’arancia, un cornetto…
Dopo pochi minuti si presenta un ragazzo con il vassoio con la nostra ordinazione.
E quando arriva da noi ci guarda contando i soldi ricevuti e facendo attenzione al “resto” da consegnare sperando che quel “resto” sia la sua mancia.
Scusa, ho 50 €: hai il resto? E il ragazzo torna indietro per fasi cambiare i soldi sperando che la mancia sia lauta per il doppio viaggio.
Oggi rientrerebbero nella definizione di rider. Ma non completamente.
Ma la storia li ricorda come i “ragazzi” del bar. O più precisamente come guagliune d’o bar, riferito alla figura del ragazzo di bottega che tra le altre cose effettuava ed effettua consegne a domicilio.
Oggi in maniera elegante definito coffee sprinter.
E la storia dei ragazzi del bar è vecchia come i bar e le nostre abitudini.
Il bar apre presto al mattino e il ragazzo è operativo alla stessa ora per servire i clienti, generalmente quelli esterni.
Ma vi siete mai chiesti se quel ragazzo conosce gli adempimenti normativi di cui al D.Lgs. 81/08? Conosce i suoi diritti? Conosce i rischi del suo lavoro?
Forse noi pensiamo che sia “solo” un ragazzo. E non vediamo il “lavoratore”.
Eppure lo vediamo correre per consegnarci quanto ordinato con la pioggia, con il sole, con il freddo.
A piedi e molte volte con la bicicletta, e molte di più con lo scooter.
E lo guardiamo, sorridenti, pensando quanto sia un bravo equilibrista a guidare la bici o il motorino con una sola mano, mentre con l’altra porta il vassoio facendo attenzione a non far cadere le vivande. E se accade immaginiamo le urla del masto (alias datore di lavoro).
E quando non è in bici, o meglio in motorino, lo vediamo a piedi.
Anche qui con la sua postura ormai classica.
Vassoio su una mano e telefonino nell’altra. Attraversando la strada e salendo e scendendo le scale, sempre con la dovuta fretta (e sempre con il telefonino in mano) per dover procedere alla consegna successiva.
Si, perché se il ragazzo del bar non arriva subito ci incazziamo, e se il caffè arriva freddo ancora di più.
Ma la storia del ragazzo del bar è vecchia, come detto.
E solo i racconti dei nostri anziani ci riportano al 1962 con lo sciopero dei guagliuni dei bar.
Lo sciopero che nessuna cronaca riporta e di cui non c’è nessuna traccia in rete.
E il ricordo può essere tramandato solo da chi quello sciopero l’ha vissuto.
Si, perché i masti di allora (oggi datori di lavoro) non volevano pagare i guagliuni con un regolare stipendio, consentendo di tenere le mance come compenso.
E molte volte i guagliuni si prendevano a mazzate per servire il cliente più generoso: quello che offriva la mazzetta più lauta perché insieme al caffè gli portavano le sigarette o la rivista Grand Hotel.
E i guagliuni perciò si rifiutarono di lavorare per 1 giorno e si riunirono a Piazza Matteotti, a Napoli.
Non è dato sapere quanti erano (sicuramente non tanti).
Ma dopo poco furono allontanati dalle forze dell’ordine e lo sciopero non sortì nessun effetto.
La mia fonte, che partecipò a quello sciopero, mi racconta però che dopo qualcosa avvenne.
L’orario di lavoro, almeno nel suo caso, fu ridotto dalle 12 ore al giorno alle 9 ore!!!! Non più dalle 6 del mattino alle 18. Ma fino alle 15.
E in più il masto lo inviò a fare una “schermografia” (queste le parole della fonte) o più correttamente chiamata radiografia (RX) del torace.
Il motivo di tale indagine non è noto. Ma possiamo dire di aver assistito nel 1962 alla prima forma di sorveglianza sanitaria.
E oggi?
Che sorveglianza sanitaria faremmo al lavoratore correttamente definito addetto alla consegna di bevande e cibi?
Quale formazione erogare in relazione alla redazione del documento di valutazione dei rischi?
Rischio investimento? Stress lavoro correlato? Microclima? Utilizzo di attrezzature (bici e motorino)? Rischio di caduta dalle scale? VDT per utilizzo del cellulare?

D.Lgs. 81/08 Art. 15 misure generali di tutela
1. Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono:
c) L’ eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico.

E quindi? Ognuno potrà interpretare l’art. 15 e decidere se chiamare il bar per la consegna o approfittare di una pausa di lavoro ed eliminare il rischio alla fonte.
In fondo la pausa caffè è un diritto riconosciuto per legge e serve a recuperare energie psico-fisiche, ridurre lo stress, socializzare e migliorare la produttività agendo come un momento di distacco salutare (da Google).
E se magari facciamo anche una rampa di scale per “scendere” al bar la pausa aiuta a combattere la sedentarietà e stimola l’attenzione, aumentando le performance lavorative.
E allora. Pausa caffè.
A proposito. La mia fonte è il mio papà che nel 1962 c’era allo sciopero.

Ing. Carmine Piccolo

‘O chianchiere

Il mio chianchiere (alias macellaio) si chiama Marco. Lo conosco da anni ma non mi ricordo quanti. Marco è il macellaio che ha la sua bottega sotto al palazzo dei miei genitori.

Buongiorno, buonasera, come va.

Ma conosco il suo soffritto dall’odore prima e dal sapore poi che non saprei descrivere ma che ti raggiunge fino a casa, due piani sopra la sua bottega. Ma oltre alle sue delizie gastronomiche Marco mi ha sempre regalato il suo sorriso. Il suo e quelli di sua moglie che lo aiuta nel negozio. Poi un giorno mi sono fermato e Marco mi ha raccontato la sua storia.

Io l’ho sempre visto come il macellaio nella sua mansione, nella mia mania di “valutare i rischi” e l’ho visto come il lavoratore che per lavorare idoneamente deve indossare il grembiule per sfasciare i pezzi di carne più grandi, il guanto di ferro per tagliare la carne, le scarpe con puntale ed il giubbottino termico per accedere alla cella frigo.

Ma non credo che Marco sappia tutto questo!!!!

Lui è cresciuto come suol dirsi “in mezzo alla strada” o meglio nella bottega del masto. Oggi ha 44 anni e da 30 lavora (o meglio vive) nella sua macelleria. Dalle 8,30 alle 21,00 tutti i giorni chiaramente esclusi i giovedì pomeriggio e le domeniche. Parliamo di circa 70 ore a settimana. Alla faccia dei contratti da 36 o 40 ore!!!!!!!!!!!!!!!

Ma Marco è un “datore di lavoro“: di sè stesso, di sua moglie e dei suoi figli che gli danno una mano nel negozio. Lui è cresciuto in un quartiere difficile per non dire complicato per non offendere nessuno con parole più esplicite. Padre e madre divorziati e 5 fratelli. La sua storia di macellaio è cominciata con un cugino macellaio il 25 agosto di tanti, troppi anni fa che lo “raccomandò” per fare questo mestiere.

Un ragazzo con il titolo di 3a media che per evitare di restare in strada ha cominciato a fare il ragazzo di bottega. E se a 17 anni era un ragazzo di bottega a 21 anni è diventato il titolare della macelleria. Con fierezza e senza mai eliminare quel bel sorriso dal suo viso suadente mi mostra i “segni della battaglia“: le ferite di 2 dita nel tritacarne e alcuni tagli alle mani per i coltelli.

Ma quelle per Marco non sono ferite sono medaglie che fanno onore alla sua professione di macellaio. Marco non sa cosa sia il D.Lgs. 81/08. Non conosce le regole e le norme della sicurezza sul lavoro. Marco conosce la strada e le difficoltà che ha dovuto superare e che ancora affronta tutti i giorni. Marco non conosce la differenza tra “pericolo” e “rischio“. Marco non sa che il tritacarne ha una protezione per evitare di “infilarci” le mani.

Marco la carne la deve toccare, plasmare, accompagnare nel tritacarne.

Marco però conosce mille modi per farsi male e per evitare di farsi male. La sua esperienza con le sue ferite lo porta a svolgere il suo lavoro nel migliore dei modi. Anche senza protezioni. E se gli parli di scarpe di sicurezza, di guanti e grembiule di protezione, lui se la ride. E ti fa fesso con quel suo sorriso coinvolgente.

E se gli chiedi: Come ti senti? Lui ti risponde: Ho la schiena a pezzi E li non so cosa rispondere.

Forse le 70 ore settimana sono troppe?

Forse la postura incongrua di stare sempre in piedi non è la migliore delle condizioni?

Forse movimentare pezzi di carne di peso eccessivo sicuramente non è benefico?

Ed a quel punto non puoi che ricambiare con un sorriso e salutarlo ringraziandolo per aver condiviso la storia della sua vita,

Non prima che Marco dica: Ingegne’ aggiù fatt ‘o soffritto oggi. Che fate non lo provate?

 

Ing. Carmine Piccolo

 

L’uomo con la barba bianca

No. Non è babbo natale.
Ma comunque era una persona speciale e forse unica nel suo modo di essere.
Non sempre buono. Ma sicuramente non cattivo.
Non sempre simpatico. Ma sicuramente non antipatico.
Non sempre preparato. Ma molto di più.
Il mio maestro, il mio mentore.
Non è stato facile condividere con lui un pezzo della mia vita ma quello che oggi so (forse anche quello che non so), quello che sono, oggi lo devo a lui, anche nei suoi difetti.
Era nato a metà degli anni ’40 e ’50 in un giorno particolare l’8 marzo. E lui platonicamente amava tutte le donne.
Ma non è importante dove sia nato e quando. Ma dove aveva maturato la sua esperienza lavorativa.
Lui aveva cominciato il suo percorso lavorativo all’ ENPI.
Ma cos’era l’ ENPI? E cosa faceva? I più giovani non lo sanno, ma per fortuna Wikipedia ce lo ricorda:

L’Ente Nazionale per la Prevenzione degli Infortuni (ENPI), fondato nel 1932 a partire dall’esperienza di alcuni precedenti associazioni industriali per la prevenzione degli infortuni sul lavoro come l’AIPI e l’Associazione Nazionale Prevenzione Infortuni (ANPI), trasformato nel 1936 in ente parastatale, riconosciuto come Ente Nazionale di Propaganda per la Prevenzione degli Infortuni nel 1938 assunse la denominazione di Ente Nazionale per la Prevenzione degli Infortuni (ENPI) nel 1952. Scopo dell’ente era “promuovere la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, nonchè l’igiene del lavoro” attraverso un’opera di sensibilizzazione, consulenza e propaganda contro gli infortuni. L’ente fu soppresso nel 1978 e le relative competenze furono assegnate alle USL.

E l’uomo dalla barba bianca aveva mosso come già detto i suoi passi proprio all’ ENPI e poi dopo un breve periodo all’ USL (un tempo le ASL si chiamavano così), aveva continuato il suo percorso lavorativo all’ ISPESL istituito con decreto del 1980.E l’ISPESL chi era? E cosa faceva? Anche qui i Wikipedia ci aiuta e ci ricorda cosa faceva:

L’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (in acronimo ISPESL) era un ente di diritto pubblico del settore della ricerca, sottoposto alla vigilanza del Ministero della salute. Era organo tecnico-scientifico del Servizio Sanitario Nazionale per la ricerca, sperimentazione, controllo, consulenza, assistenza, alta formazione, informazione e documentazione in materia di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, sicurezza sul lavoro e di promozione e tutela della salute negli ambienti di vita e di lavoro, del quale si avvalevano gli organi centrali dello Stato preposti ai settori della salute, dell’ambiente, del lavoro, della produzione e le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.
Era, altresì, punto di riferimento italiano nel network informativo dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. Con l’art. 7 del decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010 (convertito nella legge n. 122 del 30 luglio 2010), l’ISPESL viene soppresso e le relative funzioni, con decorrenza dal 31 maggio 2010, sono state attribuite all’INAIL.

L’ uomo dalla barba bianca è salito in cielo prima dello scioglimento dell’ISPESL del 2010 confluito poi nell’ INAIL ma sicuramente il suo percorso professionale ha lasciato il segno in chi lo ha conosciuto.
40 anni trascorsi tra ENPI ed ISPESL non sono una eternità ma sicuramente sono una vita.
Una vita a promuovere la sicurezza sul lavoro per prevenire gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali come ENPI e poi, come ISPESL, a svolgere attività di formazione, assistenza, consulenza.
Io l’ho conosciuto solo nel 2000 ed ho percorso con lui un pezzo della mia vita professionale.
Insieme a me lo hanno conosciuto tanti professionisti che hanno partecipato alle sue lezioni nei corsi per Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione e per Coordinatori per la sicurezza.
Le aule erano sempre piene anche fino a centinaia di persone. E sue lezioni erano sempre seguitissime e partecipate.
Ed oggi posso confermare che parecchi suoi discenti sono professionisti preparatissimi in materia e svolgono il ruolo di RSPP e CSE/CSP con competenza e professionalità
La sua maestria nel parlare del D.P.R. 547/55, del DPR 303/56 e del DPR 164/45 era unica.
Per non parlare poi del D.Lgs. 626/94 e D.Lgs. 494/96.
Lo so parlo da “vecchio”, ma non si può parlare di “81/08” senza conoscere le “basi normative” e la storia della “sicurezza sul lavoro”.
Il D.Lgs. 81/08 l’uomo dalla barba bianca non ha avuto il tempo di leggerlo.
Ma non avrebbe avuto bisogno di farlo. Lui la norma, i regolamenti, le buone prassi le aveva nel DNA e forse Lui avrebbe potuto scriverlo meglio con l’esperienza e le conoscenze che aveva.
Ancora oggi i professionisti della mia generazione rimpiangono la qualità dei suoi corsi ed ancora oggi tutti mi chiedono, come me lo chiedevano durante i corsi: ma l’ uomo dalla barba bianca è un ingegnere?
Forse perché tutti pensano che un ingegnere debba sapere tutto ed in particolar modo di sicurezza (e vi ricordo che chi scrive è un ingegnere!!!)
Io non ho mai risposto a questa domanda non perché non sapessi che studi avesse fatto ma soltanto perché la sua conoscenza della materia non si poteva rapportare al percorso di studi svolto.
Come detto Lui non l’ha conosciuto il D.Lgs. 81/08 e non ha visto lo scioglimento dell’ISPESL.
È andato via un giorno di gennaio (San Mario) e nella mia mente ancora ricordo il vestito “bello” che aveva quel giorno, lo stesso che indossava quando faceva lezione e le scarpe belle quelle che gli piacevano, lisce ma senza il cinturino.
Piccoli particolari che fanno capire la meticolosità e la precisione nei dettagli dell’uomo della barba bianca.
Ed il segno che la sua esperienza, la sua capacità comunicativa ha lasciato in chi lo ha conosciuto resta indelebile anche con il passare degli anni. Così come è capitato a me ed a tanti altri.

E proprio perché la cultura della sicurezza non si acquista ma si conquista, si elabora, ti trasforma, il suo bagaglio culturale e di conoscenze legate alle sue esperienze non lasciava mai nessuno insensibile anzi coinvolgeva, motivava ed incuriosiva.
La cultura della sicurezza non si ottiene e realizza con ispezioni e controlli e non si diffonde con attestati di partecipazioni a corsi senza anima, contenuti e passione.
La cultura della sicurezza è un’emozione, è una passione che si trasmette e ti contagia.
E Lui, l’uomo dalla barba bianca, Bruno, emozionava e contagiava tutti quelli che incontrava sul percorso di vita professionale ed umana. E lasciava un segno indelebile che ti accompagna per tutta la vita come è capitato a me.
Grazie maestro. Grazie Dott. (come io lo chiamavo). Grazie per il pezzo di vita trascorso insieme.

 

Ing. Carmine Piccolo

Che rabbia!!!

Nel 2014 (11 anni fa !!!!) organizzammo un corso di formazione per addetti al montaggio di ponteggi autosollevanti e per addetti al montaggio di ascensori e montacarichi di cantiere.
Prevedemmo anche un corso di formazione per utilizzatori dei ponteggi autosollevanti e ascensori e montacarichi di cantiere per dare le corrette informazioni ai lavoratori che operavano sulle suddette attrezzature.

Sapete quante persone si sono iscritte in questi anni? NESSUNO (tranne 1)
Purtroppo il corso non è obbligatorio e non è inserito nelle attività formative di cui all’Accordo Stato Regioni del 22 febbraio 2012.
E nemmeno l’Accordo Stato Regioni del 17 aprile 2025 ha introdotto nessun obbligo formativo per tali attrezzature.
Ci resta l’art. 73 del D.Lgs. 81/08.
Ma forse è troppo poco per lasciare al datore di lavoro il compito di informare, formare ed addestrare i lavoratori sui rischi cui sono esposti durante l’uso delle attrezzature di lavoro.
Può andare bene per un trapano e un flex. Ma non sicuramente per un’attrezzatura come un ponteggio autosollevante e per un ascensore/montacarichi di cantiere. E per chi quelle attrezzature le monta!!!!
Non ci resta oggi che l’amarezza per quel corso che avevamo organizzato nel 2014 e mai realizzato, che forse avrebbe salvato la vita di molti lavoratori.

p.s. L’unico corso lo abbiamo organizzato per gli operatori di Elevateur s.r.l., partner dell’iniziativa.

Ing. Carmine Piccolo

Salvatore

Sono cresciuto in una fabbrica di scarpe. Anzi due.
Mio nonno aveva una fabbrica di scarpe da uomo. I tubolari. Oggi non si “portano più” ma erano scarpe uniche perché il piede poggiava sulla tomaia.
Mio padre invece lavorava in una fabbrica di scarpe da donna. Scarpe “décolleté”. Anche quelle “non si portano più”.
E comunque molti pomeriggi li ho trascorsi nella fabbrica di mio nonno per aspettare di tornare a casa con i miei zii quando abitavo in periferia ed ero “troppo piccolo” per prendere l’autobus da solo.
Invece le domeniche accompagnavo mio padre in fabbrica perché mio padre aveva sempre qualcosa da fare. Anche la domenica mattina. Anche il sabato, manco a dirlo, era lavorativo.
Della fabbrica di mio nonno ricordo i rumori delle macchine, le polveri della fresatura, ma quello che non posso dimenticare è il profumo della colla benzina.
Quante volte ho messo il naso nel barattolo e ho sparato con la pistola la colla sui residui di pelle che trovavo a terra attaccandomi le mani che per staccare poi dovevo usare l’acetone.
E poi la macchina per gli occhielli sui tubolari. Il mio gioco preferito.
Con quella mi sono divertito a fare i buchi sempre sui residui di pelle e per mia fortuna non mi sono mai fatto male perché per fare i buchi occorreva far girare una leva con la mano mentre con l’altra mano poggiavi l’occhiello sul ritaglio di pelle. E chiaramente mano destra e mano sinistra “comunicavano” e quindi era difficile farsi male. Se sentivi male ad un mano non giravi la manovella con l’altra!!!!
Ma la macchina quella bella, quella grande, quella che volevo utilizzare però è rimasta sempre un sogno!!!!.
La trancia. O meglio la pressa. Quella che si usa con due mani.
Quella che ha il doppio pulsante che se non li premi contemporaneamente non funziona!!!!
Quella che per farla funzionare meglio e fare prima il lavoro ci metti sempre un pezzo di scotch su uno dei due pulsanti.
Ma io che sfortuna. Non sono mai riuscito ad accenderla!!!!!.
Quel “fetente” del tagliatore (oggi ringrazio quel fetente buonanima) toglieva la corrente prima di andare via la sera.
Forse sapeva che c’era in giro un ragazzino di 10 anni che nel pomeriggio avrebbe tentato di mettere in moto la trancia per giocare sempre con quel ritaglio di pelle che aveva trovato a terra.
Con mio padre invece mi divertivo con la fabbrica ferma.
Non c’era rumore la domenica mattina.
Mi padre invece che in quella fabbrica ci stava più di 50 ore (e molte di più!!!) alla settimana (sabati compresi) è diventato sordo.
Per fortuna sta bene ma immaginate le difficoltà di mia madre per farsi capire oggi.
E la domenica mattina io potevo giocare “solo” con la manovia, con i carrelli, con qualche attrezzo da lavoro, un po’ di colla benzina. E gli occhielli quelli non c’erano. Erano, come detto, scarpe da donna “décolleté”.
E la corrente in fabbrica non ci stava quindi non potevo accendere la trancia.
Ed il modellista aveva nascosto i coltelli da taglio. (altro fetente buonanima).
Ma tornando alla fabbrica del nonno, lì ci stava Salvatore.
Un operaio tuttofare.
Era nato e cresciuto in quella fabbrica di scarpe tubolari.
Tagliatore, modellista, fresatore, “apprettista” ed altro ancora e ancora.
La scarpa la costruiva e la faceva vivere.
Ma poi le scarpe tubolari cominciarono a non vendersi più. Erano brutte e non di moda.
E la fabbrica del nonno chiuse come tante altre fabbriche di scarpe.
E Salvatore?
Pensò bene di aprire un negozio di ciabattino per riparare le scarpe.
Immaginate quella figura di ciabattino nel suo negozio pieno di scarpe vecchie, con quell’“odore” di scarpe vecchie e usate che messe tutte insieme quasi quasi possiamo dire che non fanno puzza ma “fanno negozio di ciabattino
Lui curvo sulla sua sedia, sulla cui forma poggiava la scarpa da riparare.
Che lavorava nel suo negozietto (alias piccolo ambiente di lavoro) con la colla benzina per attaccare i pezzi da riparare e con l’appretto per le tomaie che fanno le scarpe più belle e lucide. Chiaramente senza alcun impianto di aspirazione.
Per non parlare delle “semmenzelle”. Quelle che si mettono in bocca per far prima!!!!!!!!!
E le cose (ossia gli affari) non andavano male. Ma nemmeno tanto bene.
Eppure Salvatore era felice perché faceva il lavoro che aveva sempre fatto e che sapeva fare bene: dava una seconda vita alle scarpe.
Ma Salvatore una seconda vita non l’ha potuta vivere. Una brutta malattia l’ha portato via.
Non sappiamo perché è morto Salvatore. Ma una cosa la sappiamo: Salvatore non ha mai utilizzato un paio di guanti in lattice (quelli da poche lire per non dire pochi centesimi) ed una mascherina minimo del tipo FF2 (anche quella di pochi centesimi).
Perché Salvatore la sicurezza sul lavoro non l’ha mai conosciuta e figuriamoci se Salvatore poteva pensare di utilizzare una mascherina ed un paio di guanti per fare il suo lavoro.
E le domanda di oggi sono:
Quanti Salvatore sono morti per non aver utilizzato guanti e mascherine di protezione?
Quanti danni avranno fatto le esalazioni di colla benzina e l’appretto delle tomaie a mani nude?
Oggi me lo chiedo. E vorrei dirlo a tutti (anche se pochi!!!) quegli operai dei calzaturifici che sono rimasti ancora operativi per poter fare in modo che una brutta malattia non li porti via come Salvatore.
Ah dimenticavo di scriverlo. Salvatore era mio zio.

Ing. Carmine Piccolo

Comunicazione chiusura estiva

Dal 9 al 24 agosto 2025 anche noi ci concederemo una pausa.
Sarà tempo di ricaricare le energie, per tornare con lo stesso impegno di sempre.

Per urgenze, resteremo reperibili al 366 3028016.

Buone vacanze a chi parte, buon tutto a chi resta, a chi lavora… e a chi sogna il prossimo traguardo.

Le FDM

Entrare in aula per formare dei lavoratori non è mai facile. Sai già che i lavoratori si annoieranno e sicuramente sarà scarso l’interesse alla materia della sicurezza sul lavoro. O almeno lo è fino a quando non riesci ad interessarli e motivarli.

Per i datori di lavoro (speriamo per pochi!!!) la formazione non è mai un investimento, ma un obbligo “che costa”. Il lavoratore deve essere formato durante l’orario di lavoro quindi oltre a pagare per formarlo devo anche pagare per non farlo lavorare? Mah!!!!

Dicevo che entrare in aula da docente formatore non è mai facile.

I contenuti della formazione sono chiari e definiti. L’Accordo Stato Regione docet!!

Il problema è: ma quanto interessa al lavoratore l’art. x del D.Lgs. yy dell’allegato z?????

Poi mi chiedo: ma il formatore deve essere un tecnico, un comunicatore, un sociologo o addirittura uno psicologo (del lavoro chiaramente)?

Nessun problema: è sufficiente un attestato di cui al Decreto Interministeriale del 6 marzo 2013.

E poi ancora: Chi troverò in aula? Qual è la sensibilità alla materia che stai esponendo? Qual è il livello di istruzione scolastica?  E non sono rari i casi in cui il lavoratore ha difficoltà a leggere e compilare la scheda con i dati anagrafici. Figurarsi il questionario della verifica di apprendimento.

Senza parlare del lavoratore straniero!!!! Alla domanda se sia chiaro quanto stai dicendo la risposta è sempre la stessa: Si capito! (con un sorriso a 20 denti che ti sta dicendo che qualsiasi cosa tu stia spiegando per lui è tutto ok)

Ma le FDM, si le FDM hanno sempre effetto!!!

Diceva un mio amico carissimo (me stesso): l’esperienza è la sommatoria delle FDM.

Quindi entri in aula, cominci a raccontare le tue di FDM ed il lavoratore comincia ad abbattere le sue “difese”.

Abbatte la barriera di chi “io non sbaglio mai”, di chi “queste cose che stai dicendo già le so e meglio di te”, di chi “se lo dici un’altra volta porti male”, di chi “il mio lavoro lo faccio ad occhi chiusi, ed infine di chi “lo faccio tutti i giorni e non è mai successo niente” per poi arrivare al top in classifica dell’ABBIAMO SEMPRE FATTO COSI’!!!

Ed è a quel punto quando, dopo di te, il primo lavoratore ha cominciato a raccontare la sua FDM personale che inizia la gara con gli altri per raccontare la propria FDM. Quella più grande (sempre con un sorriso a 20 denti che questa volta vuol fare capire che lui è bravo!!!).

Ed il repertorio è il seguente ed è sempre lo stesso:

Non metto la cintura di sicurezza in macchina perché non serve. Magari la metto solo in autostrada.

Devo scendere dal carrello continuamente e perdo tempo ad allacciare e sganciare la sicurezza.

Sul flex mancava la “defensa”. Che facevo non lavoravo? Poi il masto mi cazziava.

Gli occhiali di protezione li ho avuti ma li lo lasciati sul furgone.

Il guanto di protezione dal taglio lo indosso su una sola mano.

L’imbracatura di sicurezza non la stringo troppo perché ho fastidio ai “gioielli di famiglia”.

Il casco lo metto solo quando serve perché mi fa sudare.

E la gara delle FDM più grandi e più avventate diventa la più bella lezione che ritieni di aver fatto nella tua esperienza da formatore. Ma forse la mia non è stata la più bella lezione da un punto di vista didattico

Però abbiamo condiviso tutti insieme esperienze positive e negative, procedure scorrette, mancati incidenti, non conformità comportamentali e forse abbiamo innalzato, sempre tutti insieme, la sensibilità alla problematica della sicurezza.

Forse abbiamo condiviso una cultura della sicurezza “di campo” raccontata e vissuta dal punto di vista degli attori, dei lavoratori e non dei testi normativi.

Vado via.

Spero di essere riuscito ed entrare nella testa e spero anche nel cuore di ogni singolo lavoratore.

In particolare se quando vanno via ti stringono la mano, forte e decisa, in segno di stima e di ringraziamento.

In fondo il docente è oggi è stato un loro amico, ed inoltre non li ha fatti annoiare ed in parte li ha fatti anche divertire.

E la speranza è che quando entreranno in macchina, un attimo prima di accendere il motore penseranno alla FDM propria e degli altri ed allacceranno la cintura di sicurezza, e forse in cantiere ricorderanno di mettere il casco ed in guanti ed allacciare la sicurezza anche sul carrello elevatore.

Perché in fondo una FDM resta sempre una FDM grande o piccola che sia.

Ing. Carmine Piccolo