Sono cresciuto in una fabbrica di scarpe. Anzi due.
Mio nonno aveva una fabbrica di scarpe da uomo. I tubolari. Oggi non si “portano più” ma erano scarpe uniche perché il piede poggiava sulla tomaia.
Mio padre invece lavorava in una fabbrica di scarpe da donna. Scarpe “décolleté”. Anche quelle “non si portano più”.
E comunque molti pomeriggi li ho trascorsi nella fabbrica di mio nonno per aspettare di tornare a casa con i miei zii quando abitavo in periferia ed ero “troppo piccolo” per prendere l’autobus da solo.
Invece le domeniche accompagnavo mio padre in fabbrica perché mio padre aveva sempre qualcosa da fare. Anche la domenica mattina. Anche il sabato, manco a dirlo, era lavorativo.
Della fabbrica di mio nonno ricordo i rumori delle macchine, le polveri della fresatura, ma quello che non posso dimenticare è il profumo della colla benzina.
Quante volte ho messo il naso nel barattolo e ho sparato con la pistola la colla sui residui di pelle che trovavo a terra attaccandomi le mani che per staccare poi dovevo usare l’acetone.
E poi la macchina per gli occhielli sui tubolari. Il mio gioco preferito.
Con quella mi sono divertito a fare i buchi sempre sui residui di pelle e per mia fortuna non mi sono mai fatto male perché per fare i buchi occorreva far girare una leva con la mano mentre con l’altra mano poggiavi l’occhiello sul ritaglio di pelle. E chiaramente mano destra e mano sinistra “comunicavano” e quindi era difficile farsi male. Se sentivi male ad un mano non giravi la manovella con l’altra!!!!
Ma la macchina quella bella, quella grande, quella che volevo utilizzare però è rimasta sempre un sogno!!!!.
La trancia. O meglio la pressa. Quella che si usa con due mani.
Quella che ha il doppio pulsante che se non li premi contemporaneamente non funziona!!!!
Quella che per farla funzionare meglio e fare prima il lavoro ci metti sempre un pezzo di scotch su uno dei due pulsanti.
Ma io che sfortuna. Non sono mai riuscito ad accenderla!!!!!.
Quel “fetente” del tagliatore (oggi ringrazio quel fetente buonanima) toglieva la corrente prima di andare via la sera.
Forse sapeva che c’era in giro un ragazzino di 10 anni che nel pomeriggio avrebbe tentato di mettere in moto la trancia per giocare sempre con quel ritaglio di pelle che aveva trovato a terra.
Con mio padre invece mi divertivo con la fabbrica ferma.
Non c’era rumore la domenica mattina.
Mi padre invece che in quella fabbrica ci stava più di 50 ore (e molte di più!!!) alla settimana (sabati compresi) è diventato sordo.
Per fortuna sta bene ma immaginate le difficoltà di mia madre per farsi capire oggi.
E la domenica mattina io potevo giocare “solo” con la manovia, con i carrelli, con qualche attrezzo da lavoro, un po’ di colla benzina. E gli occhielli quelli non c’erano. Erano, come detto, scarpe da donna “décolleté”.
E la corrente in fabbrica non ci stava quindi non potevo accendere la trancia.
Ed il modellista aveva nascosto i coltelli da taglio. (altro fetente buonanima).
Ma tornando alla fabbrica del nonno, lì ci stava Salvatore.
Un operaio tuttofare.
Era nato e cresciuto in quella fabbrica di scarpe tubolari.
Tagliatore, modellista, fresatore, “apprettista” ed altro ancora e ancora.
La scarpa la costruiva e la faceva vivere.
Ma poi le scarpe tubolari cominciarono a non vendersi più. Erano brutte e non di moda.
E la fabbrica del nonno chiuse come tante altre fabbriche di scarpe.
E Salvatore?
Pensò bene di aprire un negozio di ciabattino per riparare le scarpe.
Immaginate quella figura di ciabattino nel suo negozio pieno di scarpe vecchie, con quell’“odore” di scarpe vecchie e usate che messe tutte insieme quasi quasi possiamo dire che non fanno puzza ma “fanno negozio di ciabattino”
Lui curvo sulla sua sedia, sulla cui forma poggiava la scarpa da riparare.
Che lavorava nel suo negozietto (alias piccolo ambiente di lavoro) con la colla benzina per attaccare i pezzi da riparare e con l’appretto per le tomaie che fanno le scarpe più belle e lucide. Chiaramente senza alcun impianto di aspirazione.
Per non parlare delle “semmenzelle”. Quelle che si mettono in bocca per far prima!!!!!!!!!
E le cose (ossia gli affari) non andavano male. Ma nemmeno tanto bene.
Eppure Salvatore era felice perché faceva il lavoro che aveva sempre fatto e che sapeva fare bene: dava una seconda vita alle scarpe.
Ma Salvatore una seconda vita non l’ha potuta vivere. Una brutta malattia l’ha portato via.
Non sappiamo perché è morto Salvatore. Ma una cosa la sappiamo: Salvatore non ha mai utilizzato un paio di guanti in lattice (quelli da poche lire per non dire pochi centesimi) ed una mascherina minimo del tipo FF2 (anche quella di pochi centesimi).
Perché Salvatore la sicurezza sul lavoro non l’ha mai conosciuta e figuriamoci se Salvatore poteva pensare di utilizzare una mascherina ed un paio di guanti per fare il suo lavoro.
E le domanda di oggi sono:
Quanti Salvatore sono morti per non aver utilizzato guanti e mascherine di protezione?
Quanti danni avranno fatto le esalazioni di colla benzina e l’appretto delle tomaie a mani nude?
Oggi me lo chiedo. E vorrei dirlo a tutti (anche se pochi!!!) quegli operai dei calzaturifici che sono rimasti ancora operativi per poter fare in modo che una brutta malattia non li porti via come Salvatore.
Ah dimenticavo di scriverlo. Salvatore era mio zio.
Ing. Carmine Piccolo

